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Albania, a breve il boom del fotovoltaico

Le fonti rinnovabili legate al meteo (idroelettrico, solare, eolico) hanno il grave difetto che in certi anni la loro produzione può scendere così tanto che se la fonte colpita è fortemente predominante sulle altre, trascinerà giù l’intera produzione da rinnovabili e, di converso, farà tornare in alto le emissioni di CO2 da fossili usate per compensare tale carenza.

In Italia ce ne siamo accorti quando, dal 2015 la scarsità di piogge ha fatto crollare verticalmente la produzione di elettricità da idroelettrico, peggiorando di gran lunga le buone performance italiane nel settore dell’energia rinnovabile.

È vero che le altre fonti rinnovabili hanno un po’ compensato la perdita idroelettrica, ma non abbastanza da impedire che tornassimo molto indietro lungo la strada fatta fino ad allora verso la decarbonizzazione del sistema elettrico. Dal 2014 al 2016 l’elettricità idroelettrica prodotta in Italia è infatti scesa di ben 17 TWh, mentre l’eolico ha prodotto solo 2 TWh in più e il solare  +0,7 TWh.

Aggiungiamoci che la produzione italiana è aumentata fra quei due anni di 9 TWh, e si capisce perché la percentuale di rinnovabili sul totale della produzione italiana sia sceso dal 44% del 2014 al 38% del 2016. E nei primi 5 mesi del 2017 le cose non sono certo migliorate, con un ulteriore calo della produzione idroelettrica di altri 2 TWh sullo stesso periodo 2016 (vedi QualEnergia.it).

Se ci può consolare le cose in Albania vanno pure peggio.

In quel paese al di là dell’Adriatico, infatti, l’energia idroelettrica costituisce il 100% (sì, avete letto bene) delle fonti elettriche, e il destino del “Paese delle Aquile” è quindi legato ancora più del nostro all’andamento delle precipitazioni. E visto che anche lì la siccità sta colpendo duro, il problema si pone in modo ancora più drastico che da noi.

Certo i numeri sono molto più piccoli dei nostri: l’Albania consuma circa 7,3 TWh ogni anno (dato 2015), ma, visto che la produzione idroelettrica è insufficiente di base e comunque oscillante con il meteo, anche in tempi normali è costretta a importare, da Grecia, Montenegro e Serbia circa 2 TWh l’anno, come dire quasi il 30% del fabbisogno.

Nel 2017 però, a causa della siccità, molti bacini idroelettrici sono scesi ormai sotto il livello minimo per il loro uso, così a luglio sono stati stanziati ulteriori 18 milioni di euro per l’import di elettricità, ma se le cose non miglioreranno ne serviranno altri 50 milioni per agosto e settembre.

Già nel 2009 il governo albanese pensò a come risolvere questo problema rivolgendosi all’Enel, che non ancora folgorata sulla strada della sostenibilità, non trovò di meglio che proporre agli albanesi una centrale da 1.600 MW a carbone, da costruire vicino alla città di Valona, non lontano dalla Grecia.

Per fortuna, anche per le proteste dei cittadini di Valona, di quella centrale non se n’è fatto poi niente, ma il problema del troppo dipendere dalle piogge è rimasto, e dal carbone si è passati a chiedere aiuto all’estremo opposto, all’energia solare.

Nel 2016 Entela Cipa, allora Ministro dell’Energia e dell’Industria di Tirana ha dichiarato: «ci prepariamo ad evitare futuri problemi con le siccità, diversificando la nostra produzione elettrica. Il clima albanese è particolarmente adatto a quella solare, e quindi stiamo già valutando una decina di proposte per centrali fotovoltaiche di potenza intorno a circa 2 MW. La prima, se tutto va bene, entrerà in funzione entro il 2018».

Per questi primi progetti l’elettricità prodotta sarà pagata dal governo in base a una tariffa stabilita dell’Ente di regolazione dell’energia albanese (una sorta di Aeegsi locale).

«E questo sarà solo il primo passo continueremo poi con investimenti più consistenti, per i quali avremo bisogno dell’assistenza tecnica e finanziaria della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Ebrd)», ha concluso Cipa. La Banca Europea per la ricostruzione ha adesso risposto firmando poche settimane fa con il nuovo ministro dell’Energia albanese, il socialista Damian Gjiknuri, un memorandum d’intesa con il governo.

«La firma di questa intesa è un passo molto importante per cominciare a generare energia solare in Albania»  ha detto Matteo Colangeli direttore della sezione albanese della Ebrd – coopereremo con il governo finanziando circa il 60% delle spese per le centrali e nella creazione di una cornice regolatoria che sovraintenda alle future aste competitive per gli investitori privati che vorranno costruire, possedere o gestire centrali solari in Albania. Il target iniziale è raggiungere una capacità fra i 50 e i 100 MW».

Intanto si è definita la prima centrale da 2 MW: la costruirà, su 38mila mq di terreno a Gomsiqja, vicino a Scutari, la società albanese In Food Sh.P.K, a un costo di 2,7 milioni di euro

Ma le cose, come spesso accade con il solare in questi anni, si stanno già muovendo molto più velocemente di quanto pensassero politici e finanzieri.

Diversi altri progetti simili sono già in dirittura di arrivo, fra cui un altro da 2 MW, vicino a Lushnje, nell’Albania centrale, che dovrebbe costare appena un milione di euro, e uno proposto dalla Albanian General Electricity SH, per una centrale di 2 MW circa vicino a Fier, nel sud del paese.

E ci sono anche cose ben più grosse che bollono in pentola: sono già stati presentati due progetti da 50 MW ciascuno, uno a Malik, in Albania orientale, da un consorzio di società albanesi del settore energetico, e un secondo a Valona dalla Novoselë Photovoltaic PowerPlant Sh.P.K. Questi progetti di più grande taglia dovranno però attendere che si definiscano le regole per le aste competitive.

Si capisce che anche in Albania il settore fotovoltaico sembra in procinto di decollare, anche se, visto il bassissimo costo dell’elettricità locale (circa 90 € al MWh in bolletta, contro i 200 €/MWh in Italia) sembra difficile che possa presto riuscire a fare a meno di “tariffe speciali” e altri aiuti, anche prevedendo ulteriori cali di costo dei componenti e nell’installazione.

Ma forse la più grande minaccia allo sviluppo del solare in Albania, viene da una vecchia conoscenza: l’apparentemente defunta centrale termoelettrica di Valona.

Nel 2016 l’allora ministro dell’Energia Cipa, concluse il suo comunicato sull’arrivo del fotovoltaico “anti siccità” in Albania aggiungendo che (“In cauda venenum”) «entro il 2020, quando il gasdotto Trans-Adriatic Pipeline comincerà a funzionare, il governo pianifica di rinvenire i capitali necessari per attivare a Valona la centrale termoelettrica da lungo tempo pianificata».

Insomma la scomparsa centrale a carbone, rischia di risorgere a gas, anche se, probabilmente, con una potenza dimezzata a 800 MW.

Non si sa quale sia la posizione del nuovo esecutivo socialista sulla rinascita della centrale, che ha però detto che vorrà sfruttare al massimo i vantaggi forniti dal nuovo gasdotto, che attraverserà da est ad ovest il territorio albanese, prima di dirigersi verso l’Italia.

Certo è che una centrale a gas da 800 MW, da mandare al massimo della sue possibilità per recuperare l’investimento, potrebbe da sola produrre intorno a 4-5 TWh annuali di elettricità, colmando quel divario nella produzione albanese, anche in presenza di grave siccità, e rendendo quindi inutile, al momento, l’installazione di altri impianti a fonti rinnovabili.

L’Albania uscirebbe così dal ristrettissimo club di chi ha zero emissioni di CO2 dal settore elettrico, passando da caso esemplare di nazione che diversifica il proprio approvvigionamento troppo sbilanciato sull’idroelettrico, usando nuove fonti rinnovabili e dando così una lezione anche all’Italia, ad un caso esemplare di come il metano, “amico dell’ambiente”, in realtà in molti casi rappresenti “il bacio della morte” per le prospettive di sviluppo del solare e dell’eolico.