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BLG ospite al CES Asia di Shangai

Shanghai – Qui nessuno ha più il portafogli, il contante è un residuo del passato e tutti, ma proprio tutti, pagano qualsiasi cosa con apposita funzione di WeChat sullo smartphone (l’analoga possibilità ormai esiste anche da noi, ma è ancora utilizzata dalla minoranza della popolazione). Eppure la Cina tecnologica che si apre al mondo con i suoi marchi che aspirano a diventare globali e a sostituire nell’immaginario quelli americani, come per esempio ha iniziato a fare Huawei in tempi recenti, per certi versi è un’industria ancora molto locale: pochissime sono le persone che parlano inglese, e forse sarà anche per questo che al CES Asia abbiamo visto proliferare diverse aziende che offrono traduttori portatili basati sull’intelligenza artificiale.

Non è inusuale dunque, in fiera, essere avvicinati da un cinese che inizia a parlarti nella sua lingua brandendo il suddetto traduttore, avviando un dialogo che è al tempo stesso tentativo di comunicare e demo del prodotto.

L’efficacia della traduzione è spesso sorprendente, comparato con quanto fanno le migliori app in circolazione, ma superati i primi scogli, quando si chiede di avere un comunicato stampa in inglese o di poter parlare con qualcuno dell’IA dietro il traduttore, ecco che la conversazione si arena. “Do you speak english?” chiede il giornalista avvicinandosi allo stand e quasi sempre trova dei no imbarazzati, accompagnati da una lunga ricerca di qualcuno che sia in grado di comunicare. Quasi sempre vana.

Eppure la Cina e l’Oriente in generale hanno tanto da mostrare, a cominciare dall’annuncio della nuova K-Byte, la berlina con cui Byton, facendo seguito all’annuncio del Suv avvenuto a Las Vegas, ha fatto capire di fare sul serio nell’idea di proiettare l’auto verso il futuro della mobilità: un veicolo a guida autonoma di livello 4, cioè in grado di muoversi senza pilota in certi tratti di strada, totalmente elettrico che dovrebbe debuttare nel 2020, perché qui l’economia e la tecnologia corrono ad ipervelocità, e il governo non ha nessun interesse a intralciare lo spirito visionario degli imprenditori. Un problema in più per la Tesla e per le ambizioni delle case automobilistiche occidentali. È qui che Hyundai ha ripresentato la sua Nexo, il veicolo alimentato a idrogeno, perché la Cina è il mercato dove il taglio delle emissioni nocive decollerà prima di ogni altro Paese al mondo: basta girare per Shanghai e constatare come tutti i motorini ormai siano elettrici.

Anche i robot sono una indubitabile forza del mercato cinese e asiatico e alla fiera abbiamo visto ogni sorta di automi, da quelli da compagnia a quelli per lavare i pavimenti, dai robot camerieri che portano il servizio in camera negli hotel a quelli che funzionano da chiosco informativo fino a quelli utilizzati nell’industria (per non parlare dei numerosi droni aerei e subacquei a forma di squalo e di manta). Tuttavia difficilmente riusciremo a vedere presto anche da noi questi prodotti, talora molto avanzati, di società che provengono da Shenzhen, Hangzhou, Guangzhou e altri centri tecnologici di questa parte del mondo. Spesso scarseggia proprio l’interesse nell’aiutare l’interlocutore occidentale a capire, e intuiamo così che qui l’unica cosa davvero importante è trovare compratori, chiudere ordini, produrre fatturato. Forse pesa il fatto che quando hai un mercato locale di 1,4 miliardi di potenziali acquirenti puoi anche permetterti di disinteressarti del resto del pianeta.

Sono gli stessi clienti cui mirano anche tante aziende straniere che vengono qui, aprono uffici, cercando di vedere i loro gadget a una popolazione che, come mi dice Rainer, programmatore tedesco che vive da 5 anni in Cina, è ossessionata dalle novità ed è pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo prodotto. Ecco perché tra i padiglioni del CES Asia quello che è cresciuto di più come presenza rispetto all’edizione precedente è quello delle startup, con una forte componente francese e olandese che ripresenta idee viste a Las Vegas, ma (chissà perché) scarsissima del nostro Paese: gli italiani erano soltanto due, la milanese La Comanda, col suo pulsante wi-fi per ordinare la pizza e il congegno per ricordarsi di prendere i medicinali, e la vicentina Vision Lab Apps che produce software per la realtà aumentata e spera di fornirlo ai tanti produttori di occhiali che qui spuntano come funghi. “Fare business qui non è semplice, non soltanto per questioni linguistiche”, ci ha detto il ceo Guido Nardo, “ma se riesci a fare un accordo con un’azienda il ritorno è importante perché qui si ragiona di forniture su vasta scala. Ci aspettiamo un buon impatto, perché molti produttori di hardware ci hanno confermato che ciò che manca loro è il software”.

La conferma ci arriva quando qualche padiglione più in là proviamo Neo, il nuovo visore “standalone” di realtà virtuale delle pechinese Pico, che permette di muoversi nell’ambiente pur senza l’utilizzo di collegamento al Pc. La tecnologia è eccellente, ma quando chiediamo di vedere qualche applicazione in più la pr, una delle poche che parla un ottimo inglese, ci risponde: “Il motivo per cui non siamo ancora sul mercato globale è che il nostro software non è ancora all’altezza”. Le idee buone ottimamente realizzate a questa latitudine non mancano nemmeno tra le startup cinesi: mentre cerchiamo notizie un giovanotto ci ferma e ci fa provare il suo sensore che connesso allo smartphone e con apposita app riesce a valutare l’efficacia di copertura di creme e spray contro i raggi solari: più il tuo volto è scuro, più la protezione è efficace, più diventa chiaro, più si avvicina il momento di spalmarsi da capo. È un’idea che sicuramente spopolerebbe in estate in un Paese di bagnanti come l’Italia. Solo che non riusciamo a capire il nome dell’azienda, scritto in cinese, né a comunicare con lui.