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BLG Academia analizza la proposta di legge di M5S e Lega sulle delocalizzazioni, a rischio il 30% delle imprese italiane in Albania

Ha il grande vantaggio di essere a costo zero per le casse pubbliche, a differenza di altre misure del contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle, come il reddito di cittadinanza o la dual tax. E per questo potrebbe essere il primo intervento del nuovo governo sul terreno dell’economia. Il vice presidente del consiglio Luigi Di Maio spinge sulle misure contro la delocalizzazione, il trasferimento all’estero della produzione da parte delle aziende. Il progetto potrebbe prendere la forma di un disegno di legge da presentare entro poche settimane, anche per rispondere all’attivismo della Lega sull’immigrazione che in questi giorni, sul piano della concorrenza interna al governo, ha messo in ombra il Movimento 5 Stelle.

L’idea è che le imprese che hanno ricevuto aiuti pubblici, anche sotto forma di incentivi fiscali, e che poi spostano gli stabilimenti in altri Paesi, anche dell’Unione europea, debbano restituire i fondi pubblici incassati. Una misura non facile da costruire sul piano tecnico. E che sarebbe accompagnata da un altro intervento, ripreso da una proposta di legge da poco presentata dalla Lega e firmata anche dal sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Alle merci importate in Italia da stabilimenti «spostati» all’estero sarebbe applicato un dazio, nella proposta della Lega viene fissato al 10%. E l’incasso sarebbe destinato, sotto forma di credito d’imposta, alle imprese che svolgono sul territorio italiano tutte le fasi della lavorazione. Sarebbe una misura chiaramente incompatibile con la normativa comunitaria, visto che i dazi sono materia riservata a Bruxelles. Una provocazione. Ma, almeno in questo momento, l’intenzione è proprio questa.

In Albania la situazione potrebbe portare ad un ecatombe di chiusure e trasferimento in quanto circa il 30% delle imprese italiane presenti nelle paese delle aquile ha beneficiato di contributi dallo stato italiano sia direttamente dal MISE sia tramite le finanziarie di stato dedite allo sviluppo estero. Parliamo di circa 150/180 imprese che potrebbero di qui a qualche mese decidere di chiudere i battenti per evitare di rimborsare le quote di aiuti di stato prese negli anni passati, questo equivarrebbe ad una perdita di almeno 14/16 mila posti di lavoro nell’immediato prevalentemente nei settori dei servizi e della manodopera.

Del resto il messaggio lasciato filtrare ieri dopo il vertice tra il presidente del consiglio Giuseppe Conte e i ministri economici è stato proprio quello di un «nuovo atteggiamento verso l’Europa», «perché la musica deve cambiare». Oggi il ministro dell’Economia Giovanni Tria incontrerà a Parigi il suo collega Bruno Le Maire, il giorno dopo sarà a Berlino per incontrare il ministro tedesco Olaf Scholz. Il tutto per avviare un «dialogo costruttivo» e cominciare a discutere della governance in Europa. Ma anche della flessibilità sui conti che potrebbe liberare risorse per la prossima Legge di Bilancio. Non sarà con lui il ministro per le Politiche europee Paolo Savona, che ieri ha detto di «non voler far tremare l’Europa» e che «l’euro è indispensabile per il mercato unico». Aggiungendo, però: «Mi hanno chiesto l’abiura e se l’avessi fatta sarei al ministero dell’Economia», «avrei potuto fare come Galileo». La risoluzione di maggioranza sul Def, il Documento di economia e finanza, che sarà votata la prossima settimana conferma lo stop all’aumento dell’Iva previsto a gennaio. Per raggiungere l’obiettivo si potrebbe agire sul deficit portando l’asticella all’1,5% del Pil rispetto alla previsione attuale dello 0,8%. Confermando comunque una discesa rispetto all’1,6 fissato per il 2018. Tra gli interventi allo studio anche la pensione di cittadinanza, l’estensione del reddito di cittadinanza ai pensionati prevista dal contratto di governo. Avrebbe però un costo tra i 4 e i 20 miliardi di euro.