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L’inclusione sociale nel modello d’impresa di BLG

“Inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei, o che estranei vogliono rimanere”. (Habermas)

Per evitare la discriminazione, garantire opportunità e sostenere il diritto al lavoro, bisogna generare una mentalità di inclusione sociale. Ma cosa si intende, nello specifico, per inclusione sociale? Si intende inserimento nel mondo del lavoro, principale strumento per favorire l’integrazione tra le persone, valorizzando le diversità di ogni individuo.
E come metterlo in pratica?
Attivando politiche preventive, sia per i giovani, sia per gli adulti in modo da evitare che la disoccupazione divenga di lunga durata.

Fondazione Caritate Christi e BLG, che da anni contribuiscono all’integrazione nel mondo del lavoro delle persone svantaggiate, ha realizzato “Norme di Inclusione”, un documento unico nel suo genere che riassume e spiega tutte le principali norme legate all’inclusione, un manuale per le imprese associate che vogliano contribuire alle attività di sostenibilità sociale che la Fondazione e BLG promuovono e sostengono.

Il progetto della Casa della Mamma

La Casa si pone come guida per la neo mamma per farle acquisire consapevolezza e senso di responsabilità. Il percorso affrontato le permetterà di imparare ciò che è necessario per la cura di sè, del proprio figlio e dell’ambiente che le circonda, con l’obiettivo di far diventare il bambino, nato svantaggiato, una persona non disadattata e non emarginata, assicurarandogli tutti i diritti che gli spettano, proteggendolo, educandolo e preparandolo alla vita.

La Casa della Mamma accoglie nella propria struttura sei ragazze madri – dai 15 ai 23 anni – con i propri figli, ricreando un ambiente familiare nel quale possono soggiornare per alcuni anni.

Le ospiti che vengono accolte attualmente sono madri giovanissime, provenienti da realtà deprivate e deprivanti.

La maggior parte delle ragazze ha interrotto gli studi, alcune addirittura non li ha mai iniziati, pur essendo nate in Italia. Non hanno alcuna conoscenza della vita che si va sviluppando nel loro corpo e di ciò che loro competerà dopo il parto. Sono quasi sempre sole. Quando il padre del bambino non si eclissa, la sua presenza è spesso difficile.

I bambini già nati si inseriscono facilmente nel nostro ambiente dove sono curati e protetti. Se nascono nella Casa, la considerano la loro casa.

Il nostro programma formativo segue quattro direttrice fondamentali:

  1. definizione del rapporto madre/bambino fin dalla vita prenatale
  2. speciale attenzione alla formazione umana, sociale e culturale della madre
  3. cura costante della salute fisica sia della madre che del bambino
  4. aiutare la madre a inserirsi nella società (dal momento della sua entrata), per prepararsi al lavoro, prima tappa della sua vera autonomia, al momento della dimissione.

I progetti che contemplano la persona nella sua totalità in un rapporto di pari dignità attuato anzitutto sul piano affettivo, mirano alla conquista di una buona autonomia e sono sempre rigorosamente personalizzati; tengono cioè conto delle varie anamnesi familiari, delle caratteristiche psicologiche e dei risultati via via evidenziati dalle verifiche periodiche previste, della possibilità di costruire un approccio sereno ed equilibrato con la figura maschile nella prospettiva di un partner futuro e di un nucleo familiare.

Il metodo di lavoro utilizza come modello teorico di riferimento in campo psicologico un orientamento psiodinamico e in campo educativo un approccio di matrice montessoriana.

GLI IMPEGNI QUOTIDIANI

Ogni giorno nella Casa della Mamma la ragazza viene formata al fine di acquisire tutti i mezzi per diventare indipendente: cura la casa in tutti i suoi aspetti e si prepara a un lavoro futuro scolarizzandosi.
Per favorire e indurre un modello di vita costante e concreto, le ragazze madri sono coinvolte appienonell’organizzazione e gestione del quotidiano della casa. Il controllo della dispensa e dei medicinali, l’approvvigionamento e la definizione dei menù, sono solo alcuni dei compiti che le ragazze condividono con gli operatori, piccole azioni quotidiane che riportano a una dimensione più naturale di vita e di responsabilità condivisa.

Alle ragazze viene proposto inoltre, un piccolo lavoro retribuito nella casa famiglia, con un accordo interno e una costante verifica, con il fine di avviarle a un’esperienza lavorativa graduale e protetta.

AREA DI INTERVENTO PSICOLOGICO

Queste madri maltrattate nella loro infanzia, non hanno sperimentato amore, tenerezza e attenzione. Ne risulta un rapporto complesso con se stesse e con i figli.

Il lavoro della casa famiglia tende a offrire esperienze di “contenimento e ascolto” per ristabilire la capacità di amare e per costruire una stima di sé come donne e come madri. Per realizzare questo è fondamentale garantire loro l’esperienza di essere “ascoltate”, di essere nel pensiero di qualcuno, di poter sperimentare una figura di riferimento che si prenda cura di loro e del bambino, di poter essere accolte come donne ed aiutate come madri.

L’educatrice/educatore di riferimento.

Durante tutto il periodo di permamenza nella comunità la madre è accompagnata dallo stesso operatore, l’educatrice/educatore di riferimento, che offre contenimento alle ansie alle preoccupazioni, all’incertezze e ascolto ai bisogno emotivi e concreti all’interno di una relazione attenta e continuativa. Gli operatori sono sostenuti durante il percorso dalla supervisione della dott.ssa Gaetana Norcia, psicologa consulente della Casa Famiglia, aiuto indispensabile a un lavoro carico di difficoltà emotive.

Lo spazio mamme-bambini

Dall’analisi dei bisogni dei bambini abbiamo individuato la necessità per i piccoli ospiti di avere uno spazio protetto in cui fosse possibile esprimere emozioni e sentirle ascoltate, sperimentare la realtà avendo la tranquillità indispensabile per la concentrazione e raggiungere le proprie conquiste sentendole rafforzate da un adulto attento e partecipe.

Ci è sembrato opportuno individuare un tempo e un luogo e una modalità per realizzare un’esperienza che rispondesse a queste esigenze.

Dopo un lavoro di analisi degli spazi, dei tempi e delle risorse lavorative che potessero garantirci i requisiti richiesti, abbiamo iniziato nel 2000 l’esperienza definita “spazio mamme-bambini”.

In due stanze della casa, opportunamente attrezzata con giochi “pensati”, in pomeriggi definiti, alcuni bambini (separati per età), una mamma e un operatore giocano insieme. La presenza della psicologa garantisce un contenimento, valorizzando con la propria attenzione il comportamento dei piccoli e i loro giochi, segnalando alla mamma le conquiste del bambino e i suoi bisogni e aiutandola a pensare alle risposte più adeguate. L’operatore offre un modello educativo, proponendo occasioni di scoperta e coinvolgendo la mamma nel gioco.

In questo spazio le mamme sono aiutate a godersi i bambini e a stare con loro in una dimensione giocosa e creativa.

I bambini sperimentano lo scambio relazionale con i coetanei fatto di tentativi di collaborazione e di risoluzione dei conflitti alla presenza di adulti attenti e partecipativi.

Sono momenti intensi, ricchi di esperienze diversificate, infatti oltre ai giochi i bambini condividono attività collegate alla vita concreta che si svolge attorno a loro come cucinare, apparecchiare, sparecchiare per la loro cena. Per gli operatori è un’occasione di conoscenza dei bambini, delle loro modalità di gioco e una possibilità di intervento educativo continuativo e pensato.

Il modello di lavoro ha funzionato non soltanto perché l’esperienza col tempo è stata importata in altri momenti della giornata ma perché ha aperto uno sguardo costantemente più attento sui bambini e sulla loro relazione con le mamme. Probabilmente è per questo motivo che nella casa famiglia da tutti quest’esperienza viene abitualmente definita “laboratorio

LA FINE DEL PERCORSO IN CASA FAMIGLIA

La conclusione del patto progettuale fra la casa famiglia e la giovane madre, si realizza quando si concretizzano le condizioni prefissate all’inizio:

–  la ragazza madre ha elaborato vissuti, strategie e risorse per identificarsi come persona sufficientemente autonoma e responsabile

–  la ragazza madre ha acquisito strumenti emotivo-cognitivi e pratici che la rendono adeguata alla cura e alla presa in carico in autonomia del proprio figlio

–  la ragazza madre ha raggiunto un’autonomia professionale, che le assicura la possibilità di mantenersi insieme a suo figlio, è stata trovata una casa, uno spazio da gestire in modo autonomo e responsabile.

E’ l’inizio di un percorso autonomo: il RAGGIO VERDE che dà via libera alla vita.

Nessuno lascia la Casa della Mamma senza che sia stata trovata preliminarmente un’abitazione adeguata ed un lavoro. E’ l’ultimo grande difficile ma indispensabile impegno dell’associazione, che in ogni caso resta un punto di riferimento, alle volte il solo, negli eventuali momenti di difficoltà, sia per la madre che per il bambino.

Sarà un occhio amichevole che la lascerà libera, senza perderla di vista

Inizia per la mamma e il suo piccolo la fase dell’ “indipendenza”